SU152

SAMOKHODNAYA   USTANOVKA  152 (ovvero SU 152)

 

   L’esperienza del primo anno di combattimenti contro i reparti tedeschi aveva provato ai comandanti sovietici che per il supporto d’artiglieria ai reparti carristi quella convenzionale, per quanto numerosa e potente, non era mai abbastanza mobile. Per diverso tempo, non si ebbe molto da opporre agli Sturmgeschutz , poi la comparsa operativa del Tiger I costrinse a passare ad altre contromisure, sottoforma di un semovente pesante. Il mezzo fu adottato già agli inizi di febbraio 1943, il team di progettisti Kotin aveva sviluppato il prototipo KV 14 in appena un mese, riuscendo ad unire il potente e collaudato cannone-obice  da 152 ML 20 S modello 37, prodotto sin dal 39 dall’Arsenale di Perm allo scafo del KV I s. Questa versione del noto carro pesante sovietico, prodotta dall’agosto 1942, presentava un gran ridisegno della formula, con scafo alleggerito di quasi 5 tonnellate nelle corazzature, cofano motore più sfuggente, nuove ruote, nuovo cambio, miglioramenti apportati a motore e trasmissione che aumentavano l’affidabilità generale. Dopo i primi calcoli per un montaggio in torretta, sullo stile del KV II, si arrivò alla più pratica soluzione in casamatta. La grande ma semplice sovrastruttura angolata ed inclinata si estendeva oltre lo scafo per ricavare più spazio, di costruzione semplice era provvista di una scudatura interna per l’arma e di maniglioni attorno al bordo superiore per facilitare la discesa della squadra di 10/12 fanti portati a bordo. Sul cielo c’erano tre portelli, uno di quelli circolari anteriori era attrezzato, sugli ultimi esemplari, per installarvi una mitragliatrice antiaerea da 12.7 mm. Il pezzo di bordo era un adattamento della famosa bocca da fuoco, dal caratteristico freno di bocca a 12 luci, ancora in uso in una decina di paesi a fine anni ’70. Equipaggiato con un cannocchiale panoramico per il tiro indiretto e di un cannocchiale telescopico ST-10 per il puntamento diretto sino a 700 mt, era protetto da una massiccia scudatura esterna, riparata in alto da una piastra incernierata al tetto dello scafo. Se brandeggio ed elevazione non erano certo ampi, le prestazioni erano più che buone, col proiettile AP (HE) Br 540 che poteva perforare 110 mm verticali a 2 km e con la granata esplosiva OF 530 da poco più di 40 kg, con gittata sino a 17 km.  Coi primi, non molti esemplari realizzati dal marzo 1943 si cominciarono ad organizzare almeno cinque reggimenti semiautonomi da 12 – poi 21 – mezzi ciascuno. In teoria, questi reparti dovevano essere usati in seconda linea dietro ai carri, per fornire appoggio di fuoco diretto, agendo anche contro le fortificazioni nemiche. Assegnati ai Corpi od Armate corazzate per l’impiego operativo, solo uno o due di essi riuscirono ad arrivare al fronte, poco prima della battaglia di Kursk. Usati si in attacco che in difesa, non tradirono le aspettative, mettendo fuori combattimento, in tre settimane, diversi corazzati tedeschi tra i quali 12 Tiger I e 7 Elefant. Considerando però la lenta cadenza di tiro – 2 colpi al minuto – dovuta al tipo di proiettile con granata e cartoccio-bossolo separati, la protezione laterale ancora insufficiente ed una difesa vicina ridotta solo ai portelli di sparo, il ruolo di questo semovente è stato probabilmente sopravvalutato. Non mancano, infatti, le fotografie di mezzi messi fuori combattimento e di altri fatti saltare in aria dai propri equipaggi, almeno tre o quattro di essi furono catturati intatti da reparti tedeschi. Intanto, il semovente aveva rimpiazzato per gradi sulle catene di montaggio di Chelyabinsk il KV I s e fino all’autunno ne verranno realizzati quasi 700. Quando la serie KV lasciò il posto a quella JS, la formula verrà ripetuta, con opportune modifiche, creando i più conosciuti JS 122 e 152. Nell’autunno ed inverno 1943, sembra che il forte logorio tipico delle battaglie del fronte orientale abbia reso comunque la presenza di SU 152 operativi abbastanza rara. Tra gli ultimi reparti impiegati, accanto alle decine e decine equipaggiati con JSU 152, ce ne furono almeno tre, il 1824° della Guardia, veterano di Kursk che combattè in Crimea nell’aprile del 1944, il 368° della Guardia nella zona di Lvov e quello usato nei paesi baltici del maggiore Nagovitzyn, entrambi nell’estate del 1944. Successivamente, è rintracciabile solo un reparto, nell’area di Poznan (Posen) accerchiata dalla VIII a Armata della Guardia a fine gennaio 1945. Ora come ora, le notizie sugli eventuali esemplari superstiti sono imprecise, oltre a quello conservato a Kubinka ne resta solo un altro in Russia ed almeno due, smobilitati nei primi anni ’50, nella grande raccolta di mezzi e cannoni – il Museo Militare di Lubuskie (Drzonow oppure Zielona Gora) in Polonia.

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Didascalie foto storiche :

1 – Un Su 152 catturato nell’estate del 1943, unico contrassegno è la striscia Bianca che corre lungo la scudatura del pezzo, per l’identificazione dall’alto (Coll. Tallillo)

 

 

2 – Un altro esemplare, attorniato da personale delle Waffen SS,

sulla scudatura addizionale del pezzo compare parte di una scritta sovietica, sui lati della sovrastruttura la scritta che ricorda le circostanze della cattura, tedesca. (Coll. Tallillo)

Il kit in 1-35

Tra i tanti semoventi dalla sagoma ed imponente usati sul front orientale dal 1943 in poi, uno dei meno conosciuti è certamente il SU 152, messo in ombra dal ben più famoso JSU 152, che la Dragon ha prodotto in plastica ormai qualche anno fa. Anche il SU 152 ha avuto una sua riproduzione in 1:35 da parte della Eastern Express con un kit – il 35103 - che non ha fatto storia. Dal canto nostro, abbiamo proceduto come ai bei vecchi tempi, usando il seti di conversione in resina della ADV Azimut, la prima o quasi che abbia affrontato l’argomento, diversi anni fa. Avendo ‘in cantina’ questa conversione e più di uno scafo di KV II Tamiya, è stato un utile allenamento completare il bestione in oggetto. In ogni caso, speriamo che spiegarne la realizzazione sia utile anche a chi dovesse ancora costruire il kit Eastern Express. Alcuni indizi fanno presagire che possa uscire un kit Trumpeter, sulla scia dei diversi KV I proposti.

Tornando alla conversione 35122 francese, aperta la confezione dalla poco incoraggiante copertina troveremo alcuni pezzi in resina molto buona, se consideriamo l’epoca della realizzazione dello stampo, senza bolle o ritiri d’aria e con spessori riprodotti bene in scala. Sull’altro piatto della bilancia c’è da considerare che mancano diverse saldature, le superfici delle corazze sono troppo lisce per solo assomigliare a quelle sovietiche e la piastra posteriore curva, la parte finale del cofano motore, è brutta ed un po’ fuori scala. Nel frattempo ci siamo abituati ad altri livelli di stampo, cosi’ il freno di bocca non è nitido nelle fessure ed i poco realistici perni dei portelli appaiono da rifare. Per fortuna la documentazione su questo mezzo è decente anche se non copiosa e si può disporre almeno di più che buoni disegni in scala oltre a diverse nuove fotografie storiche. La conversione si porta avanti più o meno come nel mezzo originale

Al momento, la più attuale confezione di fotoincisi è quella Eduard 344, nata per il kit Eastern Express, per la canna del pezzo ci si può riferire ad almeno una mezza dozzina di prodotti e per le granate, dopo le storiche realizzazioni MB od Azimut 312, comprensiva di casse per i colpi, sono comparse le Hussar – 010. Non tralasciamo la confezione Royal Model 401 della sempre valida line Microdetails, ma che è stata pensata per il kit Eastern Express.

 Realizzazione del modello

 Procedendo, come al solito, con calma cominceremo a lavorare sulla parte inferiore dello scafo del KV II della Tamiya, che pur essendo vecchio è ancora una valida base, con una plastica lavorabile ed un dettaglio sufficiente. Però, come in molti dei kits ‘orientali’ di tre decadi fa, bisogna tappare sulla parte delle ruote trazione gli incongrui fori per la motorizzazione : dei pezzi di plastica dall’apposita riserva ed una buona stuccatura risolveranno il problema, anche ripetendo il lavoro anteriormente. Per riprodurre l’aspetto rugoso delle corazze, è preferibile stendere sulle sue superfici una mano leggera di stucco Tamiya (Tavola 1 – Particolare 1). La flangia che evitava lo scingolamento (2) va assottigliata e leggermente risagomata, l’andamento all’alto è nel dettaglio (3); una volta incollata andrà completata applicando i bulloni che la fissavano (4), ricavati da vecchi scafi. Per la piastra anteriore dello scafo, ci sono da riprodurre i segni delle saldature laterali – indicate come molte altre con la semplice dicitura ‘S’ nelle tavole - ,  con stucco fine ed una buona lama – potrebbe essere indicato un bisturi ma attenti alle dita – e da applicare una nuova piastra ad 'L’ (5). Nel kit Tamiya il pezzo è stretto ed è un po’ difficile correggerlo perché in realtà era più corto sulla parte anteriore e più largo sulla piastra dello scafo, è preferibile sostituirlo con un pezzo pescato sempre nella banca dei pezzi. Inserendo i ganci di traino (6), ricordiamoci che vanno muniti dei bulloni laterali e migliorati nel segno delle saldature tutt’attorno, verrà facile usando il pirografo. Quest’attrezzo ci tornerà utile pure per i segni della saldatura attorno alla piastra ‘ad L’, invece useremo le frese montate su trapanino per riprodurre più realisticamente l’effetto del taglio delle piastre laterali dello scafo (7). L’aspetto degli incastri tra le piastre della prua dev’essere curato il più possibile anche se alla fine, quando monteremo gli ampi cingoli, non si apprezzerà del tutto (8). L’appoggiatoio presente proprio sulla prua (9) va realizzato con pezzi di plasticard incollati su di uno ‘zoccolo’ dello stesso materiale, purtroppo solo di recente sono emersi disegni attendibili, per il resto bisogna affidarsi al nostro ‘occhio clinico’ , consultando delle fotografie. Ben visibile, al contrario, il meccanismo di regolazione del cingolo (10), esso va staccato dal kit e trapanato per riprodurre meglio le parti che gli passavano attraverso. La piastra inclinata anteriore (11) non va troppo bene, in quanto scentrata e svirgolata, sarebbe comunque da rifare perché le sue dimensioni non combaciano al millimetro, una volta provata e fissata, basta segnare le saldature sui quattro lati ed attaccare su di essa la striscia paraschegge (12) tolta dal pezzo in resina, anch’essa va dotata del segno della saldatura e corretta nel foro centrale di scolo dell’acqua piovana, da allargarsi un po’ (13). E’ un classico lavoro di precisione, anche nel successivo incollaggio da farsi con la colla bicomponente, che avendo un suo più lungo tempo per fare presa ci permetterà piccoli spostamenti. Lasciamo per un po’ la parte anteriore per dedicarci al primo intervento sul pezzo ADV riproducete la casamatta, aggiungendo lungo i bordi il segno delle saldature  ed applicando un trattamento a base di stucco alle piastre per renderle più rugose (14). Procedendo in questo modo avremo due vantaggi, potremo recuperare sui tempi d’asciugatura della casamatta, che sarà già pronta quando torneremo a lavorare su di essa. Nel contempo, andando avanti con le piastre del cofano motore finiremo lo scafo ed avremo tutto pronto per fare altre prove a secco, in pratica eliminando tempi morti e non stressandoci solo su di una parte…

Per il cofano motore, le nuove piastre in resina non sono le migliori componenti del kit ADV, non resta che tagliare la parte coi portelli circolari dal kit Tamiya, abbassare le parti laterali dello scafo (15), andando con calma perché vengano uguali – ci verrà bene il tutto se andremo con cura a limare e stuccare i bordi visibili delle piastre – fissare con la nuova inclinazione la piastra (16) e completare con l’ultima parte, quella curva in resina (17). Non vi dovrebbero essere molti problemi, basta applicare per sicurezza dei pezzi di plastica di recupero al di sotto, alla giunzione tra le due piastre principali e tra esse e quella curva, col minimo di stuccatura e poi passare leggermente una fresetta col trapanino.

La parte inferiore (18) della ‘coda’ va migliorata col ricostruire la rete di protezione della presa d’aria, su di un telaio di plasticard fisseremo del tulle da bomboniera che abbia una tramatura adatta. Scendendo alla parte posteriore dello scafo vera e propria, resta da applicare una nuova lamiera deflettrice (19), malamente riprodotta. Basta riprodurla con del lamierino di dentifricio od in ottone, con bulloni ricavati da vecchi scafi; nel particolare (20) sono illustrati meglio i risalti inferiori che la irrobustivano. Anche gli attacchi dei ganci di traino posteriori (21) vanno trattati come quelli anteriori (Vedi dettaglio 6). Fra le piastre andrà aggiunto il segno delle saldature, come del resto sul bordo delle piastre laterali anche qui andrà riprodotto l’aspetto frastagliato dovuto al taglio delle stesse (22). Il fanale posteriore era contenuto in una guaina metallica un po’ sporgente, con tappo munito di maniglietta, con un filo di rame rappresenteremo quello elettrico (23). Dalla parte iniziale del cofano si devono togliere le strisce antischegge presenti (24), che interferirebbero col posizionamento della casamatta in resina, badando a carteggiare per bene la zona. Pure le prese d’aria (25) sono veramente poco realistiche, essendo tutte d’un pezzo, per migliorarle basta scavarle con una fresa e sostituirle con nuovi supporti, la rete andrà fatta con una reticella metallica a tramatura molto fine. Per i patiti dei fotoincisi, non mancano comunque dei fogli dedicati , fra vecchi e nuovi. Col tracciatore Olfa, quasi insostituibile per questi lavori – incidiamo di più lungo i bordi del portellone centrale; da esso (26) va tolta la catena d’apertura già stampata, retaggio del sistema di stampaggio dei tempi andati. Averne una più realistica sarebbe impegnativo, cosi’ si possono anche lasciare gli attacchi (27 ), magari migliorandoli un po’. Il portellone stesso basta correggerlo semplicemente nel piccolo coperchio d’ispezione dei filtri dell’aria, rifacendo il meccanismo d’apertura (28). I portelli d’ispezione alla trasmissione (29) nel caso dei primi esemplari avevano meno bulloni. Sarà utile svuotare con calma le pipe di scarico (30), sino a renderle più realistiche, parrebbe che sulla prima serie di produzione le pipe fossero leggermente diverse negli attacchi (31). A cavallo della linea di separazione tra gli elementi del cofano c’erano quattro attacchi per gli anelli di sollevamento (32), riproducibili meglio con del filo di rame un po’ più grosso nello spessore, che sostituirà quello già stampato. Applicheremo quello nuovo ad un forellino fatto con una punta da trapanino. Al centro, erano presenti quelli che sembrano fermi per i portelli, una volta aperti (33) restano da migliorare aggiungendo una piccola parte più sporgente, in plasticard. Altri anelli di sollevamento erano presenti sulla parte finale della piastra (34).

Misuriamo ora a secco l’imponente sovrastruttura in resina, è impressionante vedere come occupi quasi ogni spazio, dopo delle prove a secco segneremo gli ingombri del pezzo in resina sul kit Tamiya con una matita. Sul lato sinistro anteriore inseriremo il visore del pilota, proveniente da un kit Tamiya corretto con una piccola sezione cilindrica saldata al centro (35) e sormontato dal gocciolatoio . Dopo aver riprodotto il faro con la sua schermatura notturna e l’avvisatore acustico (36) coi loro attacchi ed il relativo filo di rame simulante la guaina del filo elettrico, riprodurremo il segno della saldatura tra le piastre se già non lo avessimo fatto. Lavoriamo ora alla grossa scudatura interna dei recuperatori del pezzo di bordo, usando con calme le frese, dandogli più rugosità ed una forma più arrotondata in basso (37) non senza aver prima aggiunto una sezione di plasticard ad hoc da stuccare e raccordare con le parti verticali. Inseriremo anche i ganci di sollevamento (38) col segno della saldatura alla base, più tardi applicheremo i gancetti che trattenevano eventualmente il telone da intemperie (39), fatti con del filo di rame fino. Tratteremo con le frese anche i lati della scudatura (40), a bassa velocità ed usandone del tipo tondo ed elicoidale, per avere un aspetto più ruvido delle parti. Su entrambi i lati della sezione da noi lavorata ci sono i numeri di produzione dei componenti (41) : per procurarceli la soluzione migliore è staccarli da stampate di altri kits – anche d’aerei o mezzi militari in scala 1.72 – levandoli dagli sprues con una buona lama a scalpello ed incollandoli col cianoacrilato. Incideremo attorno al portellino di sparo (42) per dargli più risalto e procederemo ad aggiungere il segno della saldatura delle piastre. Il portello posteriore (43), o meglio la sua metà verticale dovrà essere meglio inciso sui lati (A) ed il cilindro che irrobustiva i cardini (B) sostituito con del Plastic Rod. I cardini stessi vanno migliorati aggiungendo attorno i segni delle saldature, sembra una cavolata ma vi assicuriamo che si vedono ! Sul bordo superiore erano saldati due maniglioni (44), riproducibili con filo di rame piegato, senza dimenticarci il segno delle saldature.

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Sul cielo della sovrastruttura,  gli interventi saranno diversi, anche qui purtroppo il pezzo della ADV lascia vedere tutta la sua età. Col tracciatore Olfa incideremo i bordi delle piastre rispetto le massicce laterali, la loro parte visibile portava ben apprezzabili i segni lasciati nel taglio (45). Con del filo di rame finissimo (46) ricaveremo i gancetti per il telone da intemperie, da incollare sulla striscia imbullonata anteriore, procederemo poi a separare le due piastre componenti il cielo (47) sempre col tracciatore Olfa di cui sopra. I portelloni circolari andranno lavorati un po’, partendo con l’aumentare leggermente i loro bordi usando un mix – ideato per caso ma che si è rivelato molto lavorabile – di cianoacrilato e stucco Tamiya. Al portello di sinistra (48) dopo averlo un po’ fresato nella parte centrale, per dargli un aspetto meno liscio (A), mancano solo i rivetti (B) ed una migliore riproduzione del cilindro metallico che irrobustiva il cardine (C), lo sostituiremo con una sezione di Plastic Rod ed aggiungeremo la saldatura del cardine, mentre il coprivisore è stato rifatto (D) e munito delle relative saldature e della protezione anteriore ottenuta con una strisciolina  di plasticard.  Nella stessa zona, il coprivisore laterale (49) va trattato come per il portello di sinistra, e vanno poi aggiunti gli anelli di sollevamento (50), ricavati da filo di rame dello stesso spessore di quello usato per gli analoghi anelli del cofano motore. Il portello di destra (51) è molto simile al sinistro, tranne che  per il portellino circolare – non sempre presente, da incidere lungo il bordo per dargli un po’ più di rilievo. Anche qui vanno aggiunti un paio di anelli di sollevamento (52), per averli proprio tutti uguali non c’è un metodo ‘scientifico’, se non quello sempre valido di procedere con calma e tante prove, tagliando i segmenti di filo di rame il più possibile uguali e curvarli attorno ad uno stesso supporto cilindrico. Il periscopio (53) non va bene, è meglio sostituirlo con qualcosa di più valido, nel nostro caso abbiamo trovato nella banca dei pezzi un elemento della MB, sempre in resina, il supporto dell’antenna (54) va realizzato ex-novo, migliorando la saldatura della ‘scodella’.Al portellino disposto proprio all’angolo fra le piastre (55) va sostituita una maniglia rifatta in filo di rame, per il resto sulla parte posteriore del cielo i lavori d’intervento sono grossomodo quelli precedenti, il coprivisore (56) di destra era aiutato nel campo visivo da una ‘limatura’ della piastra che aveva appena davanti. Il portello posteriore (57) va lavorato lungo i bordi (A) per farlo risaltare, si procede poi coi cardini e col solito elemento cilindrico ad essi correlato (B); gli anelli di sollevamento di sinistra (58) ed i coprivisori di destra (59) sono identici a quelli già trattati, li aggiungeremo per ultimi per non danneggiare altri dettagli. Per la parete verticale posteriore, basta aggiungere la corazzatura di raccordo (60) ottenuta dopo alcune misurazioni da un listello di plasticard;solo ora si può incollare definitivamente il pezzo in resina della sovrastruttura al kit Tamiya, lasciando riposare il tutto per qualche ora, ultimo tocco è il segno delle saldature, sia col cofano che lateralmente.   

I parafanghi del kit devono essere modificati per diventare quelli usati sul SU 152 , e resi più realistici perchè sono un’altra parte poco realistica di questo vecchio prodotto giapponese. Innanzitutto sono troppo spessi e lisci, mentre l’aspetto era giustamente più ruvido ed i bordi non erano rivettati, il tutto è risolvibile almeno passandoli con una fresetta (61) e diminuendoli di spessore almeno posteriormente, insistendo per simulare la lamiera rovinata da botte o danni similari. Non resta poi che togliere il bordo rivettato e sostituirlo con dei listelli di plasticard (62), incollandoli pazientemente e raccordandoli con l’aiuto di stucco applicato con uno stuzzicadenti, per renderli un corpo unico. A questo punto i poco realistici supporti (63) non hanno ragione di restare, li toglieremo spianando le rispettive zone con una buona fresetta su trapanino. I nuovi supporti sono triangoli di plasticard (64), ricavati da accurate comparazioni fra diversi pezzi provenienti da confezioni di fotoincisi, sulla loro sinistra, internamente, c’erano i supporti imbullonati verticali (65), da fare con plasticard e bulloni ricavati da vecchi scafi. Quelli orizzontali (66) li abbiamo presi da una vecchia confezione di fotoincisi  della On the Mark. I supporti sistemati poco prima della faccia posteriore della casamatta (67) non sempre erano presenti, questa sezione di parafango era issata al bordo inferiore della stessa tramite due strisce (68), facilmente realizzabili con del plasticard attorno al quale vanno riprodotti i segni delle saldature. Ricapitolando, i parafanghi del KV II vanno tagliati all’altezza della sovrastruttura, dove sarà posizionato il secondo supporto (69), anch’esso realizzato in plasticard nella parte verticale e con fotoincisi per le strisce orizzontali, anche posteriori (70). La nuova parte anteriore (71) va lavorata con le frese per renderla meno liscia, mentre il particolare primo supporto (72) è abbastanza complicato, per le parti verticali sarà necessario controllare più di una volta la documentazione e procedere con prove a secco, concludendo con le strisce d’irrobustimento imbullonate. Sulla parte verticale (73) c’erano dei rivetti, da applicare sul plasticard dopo averli ricavati come al solito. Parlando sempre di rivetti, andranno riposizionati quelli persi sulla prima parte di parafango durante il passaggio con le frese (74). Appena sopra ai parafanghi, su ogni lato, ci sono da applicare dei supporti, più alti posteriormente (75) e verso l’avanti più corti (76), tutti da trattare coi segni della saldatura attorno. Alla fine di questa lunga ed impegnativa fase, i parafanghi si presenteranno come nella tavola, con sotto indicate le rispettive lunghezze per ogni parte, cominciando da quella anteriore (77), la seconda che aveva sopra i lati della sovrastruttura – indicata col tratteggio – (78), per finire con la terza (79) ed ultima parte (80). Per i parafanghi è apparso un bel set della Aber, il 146, ma ovviamente resta più difficile modificare delle lastrine d’acciaio.

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Una delle caratteristiche più aggressive di questo semovente è senza dubbio la massiccia scudatura esterna del pezzo (81), una vera sfida per i cannoni tedeschi. Fondamentalmente è stata riprodotta bene e per avere un effetto migliore si comincia con usare delle frese per realizzare un’incavatura, ben visibile, posta circa a metà (A), per irruvidire poi la superficie troppo liscia della resina (B); i lati vanno trattati per riprodurre l’effetto del taglio col flessibile (C). In alto, erano presenti due grossi bulloni (D) da prelevarsi da altri kits, aggiunta minore è la sigla dei componenti (E), la piastra parapioggia superiore (F) va posizionata per ultima, non senza averla ridotta nello spessore del bordo, none era certo una blindatura. Un altro elemento da aggiungere, ma che non era presente su tutti gli esemplari, era la piastra aggiuntiva (82), a quanto pare del tipo distanziato. Le maniglie laterali (83) sono state rifatte come le altre, mentre le sigle dei componenti  potevano avere un aspetto vario, per esempio a sinistra poteva esserci un numero singolo grande (84) o a destra tre numeri (85). Perciò, prima di procedere come per le sigle della scudatura interna, diamo pure uno sguardo di più alla documentazione. Ultimo lavoretto l’aggiunta dei rivetti sulle cerniere della protezione per la pioggia  (86).

L’armamento principale è anch’esso in resina, di buona fattura ma con la pecca del freno di bocca a luci ‘impastate’, peraltro abbastanza grandi da poter essere lavorate con delle fremette. Una leggera passata con frese a pasta di ceramica sulla canna, senza voler per forza concludere l’opera in poco tempo, la renderà pronta. Dopo aver curato bene l’innesto col pezzo del freno di bocca (87), libereremo con una lama affilata le sue luci (88) dagli ultimi residui di resina, ottenendo un realismo già molto buono. Non dimentichiamoci di avere l’accortezza di preparare un bel perno, basta un chiodino od una punta da trapano rotta, che tenga ben unita la canna alla scudatura. La completa autocostruzione dei maniglioni per la fanteria portata a bordo è già prospettata nelle istruzioni ADV, vanno realizzati con Plastic Rod (89) e supporti cilindrici (A), segnando per prima cosa con una matita i vari punti d’attacco, con l’aiuto di un righello metallico per allinearli fra loro e poi forando col trapanino per inserire i relativi supporti. Una volta asciutti – curiamo che siano leggermente inclinati verso l’alto – proviamo a secco le parti orizzontali. Esse vanno tagliate un po’ più lunghe di come mostrato nella Tavola per i lati della sovrastruttura (90), la sua parte posteriore destra (91) e per il cofano motore (92).Sarà più facile cosi’ aggiustarle seguendo qualche bella foto, dalla quale noteremo anche probabilmente che le maniglie erano danneggiabili da urto pur essendo sufficientemente solide. Per incollarle, useremo del cianoacrilato, poi con del vinavil mescolato a comune tempera nera prepareremo una mistura, da applicarsi a gocce per riprodurre le saldature presenti attorno alle basi dei supporti tra loro e le parti orizzontali. I caricamenti non erano molti, si comincia col supporto dei ganci per la fune di traino (93) da autocostruire in plasticard con un tondino di Plastic Rod e contornare col segno della saldatura, posto sul parafango sinistro. Sui lati della sovrastruttura, in basso, va applicato l’attacco per le funi di traino (94), che era inclinato verso l’alto e forato, per il regolatore di tensione a vite, come partenza useremo i pezzi del kit Tamiya (95) rifacendo l’attacco ed il gancio di fermo. Sul parafango sinistro, verso l’angolo posteriore della sovrastruttura, c’era un attacco per attrezzi (96), le sezioni dello scovolo erano fissate a due attacchi sulla sinistra in alto (97). Nei parafanghi tapperemo i fori relativi al posizionamento dei serbatoi supplementari , poco usati su questo semovente, e visto che ci siamo elimineremo gli attacchi, poco realistici, per le maglie di cingolo di scorta (98). In genere, si portavano solo due casse di stivaggio, da correggere passando sulle superfici delle frese a testa tonda col trapanino per dare loro l’aspetto della lamiera e rifacendo cardini e le strisce a risalto col plasticard (99). Le completeremo sui lati con gli attacchi superiori (A), le maniglie fotoincise centrali (B) e gli attacchi ai supporti dei parafanghi (C). Anche le maniglie anteriori sono fotoincise; concluderemo provvedendo a rettificare l’andamento laterale dei coperchi (100), che era diverso da quello proposto. Sul lato destro della sovrastruttura c’erano gli attacchi per una pala (101), appena dietro ad essa un contenitore semicilindrico, chiuso da un coperchio (102), il cui contenuto sinceramente non conosciamo. Sempre sullo stesso lato, ma posteriormente e sul parafango, inseriremo pure un paio di maglie di cingolo di scorta, rifaremo i loro attacchi ed i relativi fissaggi (103). Le ruote del kit vanno inserite dopo averle lavorate con la fresa attorno alle nervature (104) per non farle restare troppo lisce ed aver applicato un sottile velo di stucco attorno alla loro circonferenza, per dare giustamente l’impressione di una superficie che passi continuamente sul cingolo, con quel che ne consegue. Per i rulli di rinvio, si possono usare quelli di prima produzione, mentre ne esistevano di stampati in acciaio, con fori d’alleggerimento (105). Mentre la colla fa presa sulle ruote montate, lavoreremo con calma ai cingoli della Friulmodellismo – la confezione 54 -  tanti pezzi in metallo bianco che rimangono lavorabili e realistici, specie forando pazientemente i perni e pulendo maglia per maglia i vari segni di stampaggio. E’ vero che rimane un lavoro lungo e noioso, ma quando poi uniremo il ‘braccialetto’ potremo contare di un sicuro realismo. Daremo alle maglie una mano di colore ad olio e trielina marrone bruno o bitume, con qualche piccola punta di rosso e nero, la miscela dev’essere molto diluita, di bello c‘è che la finitura sarà molto opaca e l’asciugatura rapida. La cingolatura si può renderla ancora più realistica passando una spazzola a setole d’acciaio sulle superfici dove il contatto col terreno provocava attrito e lucidatura alle maglie, scoprendo l’acciaio vivo come per magia. Un gran vantaggio dei cingoli maglia per maglia in metallo bianco è, come in questo caso, la possibilità di avere un peso della stessa riprodotto realisticamente anche nelle insaccature superiori fra i rulli reggicingolo ed attorno alle ruote motrici e di rinvio.

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Colorazione e contrassegni

 Nulla di più di una semplice vernice di fondo vede scuro senza, a quanto pare, nessun tentativo di mimetizzazione con altre tinte. La maggior parte degli esemplari fotografati portava solo numeri tattici a 3 o 4 cifre, dipinti in bianco sui lati della casamatta, in alto (106)  e ripetuti sul retro, in alto a destra (107). Come di prammatica, molto rara la presenza d’insegne nazionali, mentre solo alcuni esemplari riportavano slogans patriottici o nomi. Per l’applicazione del verde, non ci si è discostati dal solito Humbrol 114, però per prima cosa caricheremo il nostro aerografo con un colore grigio chiaro a smalto, per la mano di base che uniformerà la finitura delle varie componenti del modello ottenuto. Dopo qualche giorno, avuta un’asciugatura a prova di bomba, si può stendere il colore verde Humbrol e dopo un breve periodo potremo lumeggiare il kit coi soliti lavaggi in nero ad olio, marrone scuro e color bitume, evidenziando con una matita a punta fine le zone metalliche soggette ad usura. Dopo aver dipinto il treno di rotolamento, passate alcune ore lo sporcheremo con acquerelli per simulare il fango e lo sporco. Sembrerebbe impossibile ambientare un modello cosi’ imponente senza creare quasi un diorama, ma è bastato tirare fuori dal ‘magazzino’ una semplice basetta lunga e stendere su di essa una mano di Das come fondo, per avere la partenza di una scenetta, con un uomo dell’equipaggio che riceve gli ordini da una staffetta, su di un terreno primaverile, con poche tracce di neve sciolta. Pertanto, dopo aver incollato il semovente alla basetta con la colla bicomponente, si è applicato uno strato di terra, sassolini e vinavil, colorato a tempera; un ‘altra miscela, ma di tempera marrone chiaro e vinavil, va usata per inserire erba e cespugli – provenienti da materiale ferroviario. Qualche giorno dopo, si stende una miscela di bicarbonato e vinavil, da ripassarsi dopo un’ora con vernice trasparente lucida che aiuterà ad avere l’effetto ottico della neve in scioglimento. E’ stato un lavoro certosino ma essendo limitato ad uno spazio poco più grande del puro ingombro del mezzo, alla fine è bastata un po’ di pazienza in più. I due figurini non sono recenti, appartenendo alla ormai storica produzione Verlinden, quando era ancora in corso una storica rivoluzione in quanto a realismo di stampaggio e varietà d’offerta. Vanno ancora bene essendo in resina molto compatta e lavorabile, descrivere il metodo di verniciatura sarebbe troppo lungo per questo spazio. Il segreto è ancora quello di procedere pazientemente, i primi saranno un po’ brutti ma poi avremo senz’altro dei figurini accettabili, curati ma senza esagerare, perché non sono dei pezzi a sé ma realizzazioni utili a capire subito nazionalità e dimensioni del mezzo.                                            

                                                                                                  Tallillo Andrea e Antonio

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Bibliografia

 

-          Soviet Heavy Tanks – Vanguard 24 – Osprey Publishing 1981

-          KV I & 2  Heavy Tanks 1941/45  New Vanguard 17 – Reed International Books 1995

-          Ground Power 41 – Soviet Military Vehicles of WWII – Delta Publishing 1997