UN TENENTE  NELLA NEVE (GRUPPO BARBO’)

 

 

   I ‘Lancieri di Novara’ si erano portati bene in numerosi fatti d’arme sul fronte russo già da quando, col reparto schierato sul Don, il 4 ottobre del 1941, aveva cominciato a premere sugli avversari in ritirata, partecipando alla presa di Stalino. Fu poi quasi sempre a contatto con essi, combattendo anche a piedi in certi frangenti. . Oltre ai tradizionali compiti d’esplorazione e pr4esa di contatto, su quell’ampio fronte fu giocoforza usarlo anche sia come elemento mobile per rintuzzare attacchi e presidiare località, sia per proteggere ripiegamenti.

 

  

  Dopo la violenta battaglia per Gorlowka, l’80° Reggimento fanteria della Divisione Pasubio proseguì di slancio verso Nord, ma giunto nei pressi di Nikitowka fu fermato da un forte contrattacco dell’intera 74 a Divisione sovietica,  che lo costrinse a chiudersi a difesa nella cittadina, martellata dall’artiglieria nemica. Solo all’imbrunire del sesto giorno, dopo combattimenti disperati ed un tentativo di sblocco da parte del ‘Novara’, si riuscì a tornare a Gorlowka. Per diversi altri giorni i cavalieri italiani dovettero contrastare attacchi partigiani contro reparti isolati, staffette e colonne rifornimenti, ed anche con le piste ghiacciate e la mancanza di ferri coi ramponi il reparto conservò una mobilità comunque maggiore di quella dei reparti di fanteria.

   L’inverno tra il 1941 ed il 1942 passò negli annali come eccezionalmente duro anche per lo standard locale, la neve era arrivata già a metà novembre e la ‘dotazione invernale’ per i cavalieri non era altro che guanti e passamontagna. Gli stessi cavalli si potevano portare allo scoperto solo verso le 12, quando il termometro ‘saliva’ a -10°. Il fronte si consolidò attorno alla metà di dicembre, dopo la battaglia di Chazepetowka nella quale un gruppo di ‘Novara’ operò in appoggio ad alcuni reparti della Divisione Torino. Ci si acquartierò poi in cittadine e villaggi, creando una linea difensiva a capisaldi, in attesa di poter riprendere le operazioni su larga scala. Il Col. Barbò, conte di Casalmorano, era dell’idea che piccoli gruppi di cavalleria fosse ancora utile, ma nonostante le cure dei soldati i cavalli soffrirono molto e solo di tanto in tanto arrivava qualche carico di foraggio. E la partita non era definitivamente conclusa, perché i sovietici, meglio equipaggiati per l’inverno, approfittarono della stasi per lanciare un pesante contrattacco – con due divisioni di fanteria e due di cavalleria – che è ancora conosciuto come ‘La battaglia di Natale’.  

 

L’uniforme invernale, 1941

 

   Anche i reparti di cavalleria dovettero sopportare l’inverno 41-42 con quello che c’era a disposizione, ovvero il ‘pastrano per armi a cavallo modello 34’ (Tavola 1 – Particolare 1). La differenza tra esso ed il normale cappotto delle altre armi era nel taglio molto più ampio, perché era previsto si potesse indossarlo anche montando, una postura che il cappotto ordinario avrebbe senz’altro impedito. Sul retro era munito di un piegone che terminava all’altezza della martingala, da esso partiva uno sparato apribile quando si era in sella. Per il passaggio della sciabola era prevista un’apertura posta anteriormente a sinistra, subito dietro alla tasca, rinforzata anteriormente con placchette in pelle grigioverde.

   Con l’entrata in guerra, per tutti i gradi, il panno divenne indistintamente quello ‘da truppa’ ed i paramani dritti, perdendo i bottoncini metallici a pressione; tutti i bottoni divennero ‘di frutto’ ovvero materiale autarchico verde scuro. Sui pastrani venivano portate le stellette metalliche al colletto ed i gradi, nel caso di quelli inferiori (2) i distintivi erano in rayon giallo cucito su soppanno grigioverde, larghi 5-6 cm ed applicati al centro dei paramani. Nel 1941 è probabile fossero ancora diffusi quelli d’anteguerra, larghi 8 cm, in filo metallico dorato, in pratica troppo evidenti anche per i cecchini. Dal pastrano spuntavano solo gli stivali, quelli d’ordinanza in pelle semirigida nera, col gambale alto sino a 10 cm sotto al ginocchio. Sull’elmetto modello 33 standard che completava l’uniforme, sulla finitura grigioverde-scuro, era verniciata sul davanti la tradizionale croce nera alta 10 cm e larga poco più di 9, segno distintivo dei primi quattro reggimenti montati (3).

   L’equipaggiamento degli ufficiali era il normale cinturone con spallaccio regolabile (4), in cuoio naturale e chiuso davanti con fibbia in ottone, al quale era assicurata la fondina in cuoio grigioverde per pistola, all’epoca era comune la Beretta 34 cal. 9, anche del tipo con spazio per caricatore supplementare (5). Ormai si era sperimentato che le lame delle sciabole non resistevano al freddo, erano più resistenti quelle delle sciabole cosacche, ma nell’uso ‘a terra’ s’impose anche un’altra arma di preda bellica, il solido e sicuro mitra Ppsh 41 che in quanto a praticità era superiore anche alle celebrate ‘maschinpistole’ tedesche (6). E’ documentato che in un gruppo appiedato del Novara c’erano decine di mitra e non tutti erano di fabbricazione italiana. Il caricatore a tamburo era ospitato in un comodo contenitore di tela khaki, di provenienza sovietica (7).    

   Il materiale da selleria (8) era stato perfezionato anni prima, con la sella ‘tipo Del Frate’ che, maggiormente arcuata di altre, consentiva una migliore aderenza. Davanti ad essa si portava arrotolato il pastrano ricoperto dal telo da tenda e sul retro le bisacce (9). Alla sella era fissata anteriormente a sinistra la sciabola ed a destra il tubo portamoschetto, ma al fronte con l’andare del tempo non si usarono più. Inoltre, non erano più in uso le tasche a sella – quelle ricoperte di pelo, per intenderci – ed al posto del feltro sottosella si usavano le coperte di panno bigio. Per la martingala (Tavola 2 – Particolare 10) ed i finimenti (11), nessuna variazione rispetto a quelli regolamentari.

 

Il figurino

 

   Come era normale ai vecchi tempi, la consultazione di qualche libro e la visione di un vecchio film sulla cavalleria italiana in Russia ci hanno dato l’ispirazione per una scenetta inedita. L’unico ostacolo poteva essere quello che fino a pochi mesi fa non esistevano figurini di cavalieri italiani in metallo bianco o resina che fossero adeguati all’attualità, ma solo vecchio pezzi, nella maggior parte dei casi non adatti per la posa o la manifesta mancanza di realismo. Avendo scelto di ambientare la scenetta con la neve un altro aspetto da considerare era quello della mancanza di figurini italiani in cappotto in numero sufficiente. Non restava che ricavarlo da quello di altri figurini, partendo magari da un tipo ampio, più simile a quello da cavalleria.

    Con una selezione abbastanza laboriosa fra i vari kits di figurini presenti ‘in deposito’ non tralasciando quelli in plastica, proprio tra essi abbiamo trovato quel che faceva al caso nostro. Si tratta della scatola 212 della Tamiya che propone cinque diversi soldati tedeschi in almeno quattro diverse tenute invernali, non è recentissima ma ha avuto il merito di proporre cappotti ed uniformi invernali quando ce n’erano pochine, prima della proliferazione Dragon. La buona plastica grigia è lavorabile ed il realismo è ancora sufficiente, le pose statiche ma non troppo, inoltre il quinto soldatino, accovacciato vicino ad un pastore tedesco, era in pratica già pronto per la modifica, almeno ad un primo colpo d’occhio !

   Con un bisturi o comunque con una lama affilata asportiamo la plastica, con la carta vetrata ed usando una fresetta montata su trapanino, sempre con fotografie e disegni alla mano, vedrete che facendo un lavoro paziente trasformeremo senza troppa fatica il cappotto tedesco in quello italiano del tipo che ci serve, in questo saremo facilitati dalla posa del figurino tedesco, che fa sembrare il suo cappotto già più ampio di quel che non sia. Correggeremo per prima cosa il bavero, accorciandolo e rimpicciolendolo, controllando le proporzioni, mentre i risvolti delle maniche sono stati maggiorati con dello stucco e le patte delle tasche sono state riposizionate, togliendo le originali e rifacendole in lamierino. La bottoniera presente va asportata con cura e se necessario nasconderemo eventuali segni di lama con una fresatura, dopodiché vanno applicati, a giusta distanza fra loro e nel giusto numero, dei nuovi bottoni. Noi li abbiamo tolti da un altro kit ma nulla vieta che si possano ricavare con gocce di vinavil. Terremo per buoni gli stivali del figurino e, dato che si vedono poco, pure i pantaloni. Dopo, come nostra abitudine, una passatine con fresetta un po’ su tutte le superfici per aiutare la verniciatura, inseriremo una strisciolina di lamierino a rappresentare il cinturone per pistola, la cui fondina andrà recuperata dalla banca dei pezzi. Sarebbe stato facile sostituire la testa con una in resina, già munita di elmetto, ma perché sempre voler fare di più ? Quella del kit è già buona, con una bella espressione e col volto già circondato da una passamontagna, così si è optato per adattarvi l’elmetto italiano. Il figurino è pronto e possiamo dare una mano di grigio chiaro a smalto, lasciandolo riposare per dedicarci al suo cavallo, altro protagonista della scenetta.

 

Il cavallo

    

   Per restare sui cavalli in plastica, la selezione è per forza su di un soggetto Dragon, sono gli unici di discreta fattura e si prestano bene ad eventuali trasformazioni, l’unica complicazione è il montaggio che implica più cura e tempo. Bisogna stuccare per bene la zona del collo e la giunzione tra le due parti che compongono il kit, è consigliabile incollare bene i pezzi e dopo 24 ore stuccare per benino, lasciando riposare il tutto per un paio di giorni sino a che lo stucco non s’indurisca per bene. Nel frattempo, possiamo lavorare col pirografo, rendendo più realistico l’aspetto della criniera e della coda. Ripasseremo il cavallo con carta vetrata media e poi con le solite fresette, se in certi punti il lavoro non ci sembra all’altezza conviene ristuccare con cura. Foriamo poi tutti e quattro gli zoccoli, inserendo a mò di perni degli spilli, che aiuteranno cosi’ a tenere in posizione il nostro cavallo, meglio che con un normale incollaggio, su di una assicella di compensato. Proviamo a secco la sella, per poi modificarla perchè assomigli di più alla ‘Del Frate’ italiana; il sottopancia va rifatto e la coperta sottosella va stuccata e rifinita. Da lamierino di piombo vanno ritagliate le redini e le briglie, nonché le cinghie delle staffe, queste ultime vanno provate a secco per vedere se sono di lunghezza adeguata, è meglio averle comunque lunghe e poterle tagliare un po’ che troppo corte – e doverle rifare ! Le staffe sono recuperabili dagli appositi pezzi fotoincisi delle confezioni Dragon.

Solo per le redini dovremo aspettare il posizionamento definitivo sulla basetta del nostro cavallo.

   Gli zoccoli dei kits di cavalli è difficile siano realistici, perché lisci, come se i cavalli non fossero ferrati… Vanno scavati, se ben visibili, per riprodurre la forma a corona dell’unghia, applicando poi i ferri (12). A completamento, poco prima di verniciare, col pirografo si può realisticamente aggiungere un effetto di pelo alle troppo lisce zampe (13).

      

 

La colorazione

 

   Quella del figurino è stata semplice, usando una miscela di smalti Humbrol, partendo dal verde 30. Esso è stato usato con un po’ di nero e grigio per il pastrano, con più nero per il passamontagna e grigio per i guanti. L’elmetto invece è stato verniciato col colore puro, da barattolino. Per la realizzazione del viso non c’è da dilungarsi, se siete già bravi sarà inutile, se siete meno bravi non è sempre giusto seguire le istruzioni di altri modellisti, ma ispirarsi ad esse a costo di sbagliare. Solo così troveremo un nostro stile, migliorabile nel tempo. Non mancano comunque manuali ed interi siti Internet sui figurini. Possiamo solo aggiungere che da quando usiamo gli acquerelli per l’incarnato, il realismo dell’aspetto e dell’espressione ne guadagnano. L’ultimo tocco, per il nostro tenente, sarà un lavaggio di colori ad olio, basta usare in poche quantità del nero e del seppia, e con calma e pazienza avremo già dei risultati più che discreti.   

    Per il cavallo, grazie al tipo di semplice supporto di cui sopra, potremo maneggiarlo bene, senza sporcarci o togliere colore al kit; stenderemo anche in questo caso una mano di grigio chiaro a smalto sul cavallo. Il colore di base è una miscela di nero e marrone sempre a smalto Humbrol, sfumando ed aumentando la quantità di marrone sulle zone di luce, simulando anche le zone di pelo più chiare o scure del manto, per quel che è possibile in una scala come questa. Prima dei ritocchi, lasciamo passare alcuni giorni, per non rischiare nulla. Le zone da trattare sono il ventre, usando una leggera sfumatura di grigio ad acquerello, un delicato lavaggio ad olio sul mantello gli darà una satinatura realistica. Ovviamente, alcune zone del cavallo non hanno lo stesso colore del manto, per esempio gli occhi, le froge, la bocca, l’interno delle orecchie, le gambe e gli zoccoli, la criniera. Vale quanto detto circa lo stile di pittura dei figurini, ma con alcune difficoltà in più che ci renderanno il processo di acquisizione di una nostra via più lungo ma per questo anche più coinvolgente. Non dimentichiamo mai, per chi potrebbe farlo, di osservare a lungo i cavalli veri, dire che sono animali splendidi è poco ed impareremo molto circa il loro aspetto ‘coloristico’.

Mentre dipingiamo la sella in cuoio naturale, lo faremo anche per le briglie e la coperta sottosella.  

 

L’ambientazione

 

   La basetta, dovendo avere stavolta un po’ più di spazio a disposizione, è una Amati del tipo usabile per figurini da 75 mm, ideale per ospitare figurino, cavallo ed un terzo elemento ‘scenografico’. Anche per trovare qualcosa di nuovo, la consultazione di foto delle operazioni sul fronte russo è stata preziosa. Non volendo risolvere il tutto con un cespuglio od uno squallido albero spoglio, c’è stato il classico ‘lampo di genio’. All’epoca, appena fuori dalle povere isbe c’erano degli orticelli, riparati dalla neve da steccati che finivano anche per delimitare le vie. Questi steccati avevano anche una certa loro eleganza, essendo in genere dipinti a colori alternati, anche vivaci, per fare pure da elemento di riferimento data la mancanza d’illuminazione elettrica, e decorati con motivi ancestrali (14). Dando libero sfogo al lato registico che viene fuori in ogni modellista quando si tratta d’ambientare, da dietro lo steccato, appoggiato a dei tronchi abbandonati, il nostro ufficiale nella neve avrebbe potuto controllare la situazione, con il minimo di riparo per il suo fedele compagno e per sé, il posizionamento quasi definitivo è venuto fuori quasi da solo, con un paio di prove a secco.          

Una difficoltà sarebbe stata certo il dover riprodurre una mezza dozzina di assicelle, in uno  spessore realistico e con i tipici fori nella parte superiore da farsi tutti uguali non solo in altezza ma anche nelle dimensioni. L’impasse è stata superata andando a rovistare nei cassetti di casa, notoriamente una miniera di materiali ed idee…avete presenti quei vecchi ventagli con le stecche di legno leggero e con la carta decorata con quadretti turistici (Roma, Venezia etc) a mò di souvenir ?

Proprio uno di essi è stata la soluzione, le piccole stecche sono ideali per spessore ed avendo già dei fori precisamente uguali sono già quel che ci serve. E’ stato sufficiente tagliare le stecche ad altezza giusta (in scala), con l’aiuto di un buon cutter ma lasciando qualche millimetro di tolleranza. Dopo una passata con carta vetrata fine per renderle meno lisce, le sei preparate vanno unite, usando vinavil,  ad una stecca orizzontale posta in basso, è legno di balsa usato ancora molto nel navimodellismo. Per simulare un tronco abbandonato, abbiamo preferito scegliere un ramo di vite vero, che tagliato in più pezzi e privato della corteccia è semplicemente perfetto !  

   Nei tempi morti della preparazione degli elementi di scena, lavoriamo con una fresa la superfice della basetta Amati, togliendo al centro la superfice d’abbellimento per far fare presa al Das bianco, col quale imposteremo il terreno. Trasversalmente, ma spostato verso il bordo, con la punta di un vecchio cutter prepareremo una piccola incavatura, in essa inseriremo lo steccato, che risulterà piantato bene e più realisticamente. Dopo l’incollaggio dello steccato col bicomponente, inseriamo pian piano vari pezzetti di legno vero, sempre con la colla di cui sopra, che è facile da usare, asciuga abbastanza rapidamente  e permette di cambiare posizionare ai vari pezzi ancora per un paio di minuti. Col Das bianco stendiamo il primo strato, accumulandone un po’ di più in certi punti e lasciandone meno dove andrà posizionato il figurino. Lo steccato, intanto, lo si potrà dipingere, a stecche alterne, coi colori tradizionali dell’Ucraina, ovvero il giallo ed il blu, stranamente sono anche i colori di Verona al giorno d’oggi. Qua e là ho si deve applicare una coltre di neve, diversificata se è caduta sul terreno liscio o su qualche elemento già presente sul terreno. Per queste sottigliezze, il trucco più idoneo è quello del bicarbonato, applicato a più strati finchè non raggiunge una certa consistenza. Nel caso di elementi verticali, è molto realistico l’effetto della neve rimasta proprio in cima o sulle pareti (15), provate e vedrete. Da una vecchia scatola Dragon riguardante la fanteria motorizzata sovietica ci si può procurare il classico mitra PPsh, col relativo portacaricatori a tamburo; con una goccia di vinavil va incollato a portata di mano del nostro figurino ed il gioco è fatto.     

 

 

                                                                                                TALLILLO Andrea e Antonio

BIBLIOGRAFIA –

 

- Isbuscenskij – L’ultima carica -  Mursia 1970

- Regio Esercito Italiano – Uniformi 1933-1940 – Corporazione Arti Grafiche Roma 1978

-Uniformi e distintivi dell’Esercito Italiano nella 2 a Guerra Mondiale 1940-1945 -  Stato Maggiore Esercito 1988

- Cavalli e cavalieri – Mursia 1998

- Axis Cavalry ww II – Men at arms 361 – Osprey Publishing 2001