CV 33 ARIETE

 

   Chi non ride mai, come dice il saggio cinese, non è una persona seria…

Cosi’, il bel dioramino in scala piccola su Custer e più che altro la filosofia che sta dietro di esso ci hanno portato indietro di qualche anno, meglio non dire quanti sennò ci immaginate più brutti di quel che siamo.

   Pochi lo sanno, ma prima di dedicarci alla scala 1-35, abbiamo avuto l’apprendistato anche con i kits in 1-72 di carri dell’Airfix e poi della Esci, alcuni dei quali sono ora ristampati dall’Italeri. Ora la scala 1-72 sta rifiorendo e sono usciti kits semplicemente inconcepibili trent’anni fa, però un pericoloso filone sta pure comparendo, quello dei kits già pronti – montati e verniciati ed invecchiati – il che rischia di annullare quel sano spontaneismo legato ad una scala dove basta veramente poco per inventarsi un’ambientazione ed un’emozione.

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   Comunque, in un mare magnum di kits, più che altro in resina, da poco tempo una coraggiosa ditta piemontese ha fatto spiccare un soggetto veramente inedito, in plastica. Non è il solito panzer ambientabile a Berlino nell’aprile 1945 od una sconosciuta versione del T34, ma più significativamente la riproduzione della classica ‘scatola di sardine’ che accompagnò le vicende dei nostri carristi dal 1934 sino ai primi anni Cinquanta.

   Finalmente, dopo tanti tentativi in resina di ditte ormai scomparse, è arrivato sui nostri tavoli di lavoro un qualcosa di lavorabile – e modificabile – a livelli Dragon. Forse alla massa sarà abbastanza indifferente, ma il vero appassionato non vedrà l’ora di costruirne uno e metterlo accanto ad altri mezzi in un dioramino.

 

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Anche se si tratta di un CV 35, i dettagli del gruppo dell’armamento erano fondamentalmente gli stessi. L’antenna attaccata al faro è spuria.

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Bel dettaglio del treno di rotolamento, con alcuni dei dettagli migliorabili sul kit. Il cingolo scorreva su di una longherina, in legno d’acacia.

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La parte posteriore di un CV, si notano la giunzione imbullonata fra cofano e scafo e la ‘campana’ centrale col gancio di traino. Il fanalino catarifrangente è ancora quello originale.

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Close-up del gruppo del gancio di traino e del foro per l’avviamento esterno a manovella.

 

IL KIT  DOC MODELS

 

   Questa dinamica ditta, dopo aver creato sapientemente un’attesa, ha  esordito nel campo dei kits in plastica proprio con la prima versione in gran serie del carro veloce italiano. Il primo impatto è veramente buono, il box-art porta un’immagine di un carro dell’Ariete nel 1941, accattivante e molto accurata. E’ stata scelta, intanto, la versione di seconda serie, comunque agevolmente retrodatabile, a giorni dovrebbe uscire un nuovo kit che riguarderà il CV 35 a costruzione imbullonata. La plastica, di un bel verde, è lavorabile ed anche di spessore accettabile, il sistema di montaggio è stato ben studiato, il che aiuta moltissimo nel completamento, che resta veramente alla portata anche di chi non fosse troppo esperto e richiede poche ore. L’alto livello del dettaglio si apprezza specialmente nelle molto belle griglie del cofano motore, la posizione asimmetrica delle feritoie della sovrastruttura e nella riproduzione a parte della postazione dell’armamento, il che renderà più facile preparare una versione lanciafiamme, all’occorrenza.  In altre parti si è avuto un buon compromesso, davanti ad obiettive difficoltà di riproduzione di altri  particolari, come nel treno di rotolamento. La cingolatura è in plastica nera, a nastro, di discreta fattura ed  abbastanza facile da curvare attorno a ruote e rulli quando sarà il momento. I più perfezionisti – non ne sono rimasti poi molti in questo particolare settore – potranno correggere altere mancanze, che non sono molte e che alla fine, a modello verniciato, si noterebbero poco. Dal canto nostro, per non perdere l’abitudine, forniamo alcuni suggerimenti illustrati nella Tavola 1.

 Le correzioni spicciole sono l’aggiunta di binda e pala sulla sovrastruttura posteriore, ricavabili da altri kits, e l’ingrandimento ed arrotondamento della ‘campana’ della piastra posteriore di scafo, ottenibile con una semplice stuccatura fatta col vinavil. 

 Molto belle le istruzioni, sia nei disegni esplicativi, degni di un kit in 1-35, che nella parte riguardante colorazione e contrassegni, che supera per dire la media di quelle dei kits in resina, presentando esemplari realmente esistiti e documentabili.

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Anche il foglio decals è curato, proponendo due targhe del Regio Esercito, cinque diversi rettangoli tattici ed una serie di numeri per le indicazioni di reggimento e battaglione, da sistemarsi agli angoli posteriori della sovrastruttura. Solo la presenza di una serie di numeri, speculare, in nero, è un po’ incongrua per un CV 33, mentre quella di tre diversi tipi di croci tedesche da modo di completare alcuni dei carri di preda bellica usati su fronti secondari sino al 1945.

   Chi avesse già pensato ‘e la documentazione ? Non c’è niente di nuovo sul CV !’ non è informato bene, dopo molti anni durante i quali non è apparso più nulla di organico, il GMT – Gruppo Modellistico Trentino – ha provveduto con il suo più recente libro a raccogliere molto materiale su tutte le versioni e colorazioni di questo ‘piccolo grande carro’ che fu venduto all’estero e comparve in alcuni reparti tedeschi e della R.S.I. Chi, più ‘scafato’ volesse riprodurre un CV di cavalleria, avrà un potente aiuto nelle belle immagini inedite proposte dal Sito Internet CAVALLERIA ITALIANA e nelle decals disponibili della A.W.D., saranno così fattibili anche scene del fronte russo nel 1941.

 

Realizzazione del kit

 

   Affrontare di nuovo un modello in 1-72  è stata ‘ginnastica per la mente’ che ci ha divertito, facendoci tornare ai bei tempi andati. Al kit sono ovviamente aggiungibili molti particolari, se si vuole, ma ormai costruire molto sembra non pagare più, almeno a livello di concorsi. Sia come sia, gli interventi di base sono rintracciabili nella Tavola. Abituati a lavorare in 1-35, con spazi più idonei alle modifiche e trasformazioni, elencheremo solo quello che è possibile modificare restando nel pieno delle nostre facoltà, specie visive. Di quelle mentali meglio non parlarne, altrimenti non saremmo modellisti !

   Nel particolare 1 sono indicati schematicamente gli spessori della corazzatura, l’1 corrisponde a 13.5 mm, il 2 agli 8.5 mm ed il 3 ai 6 mm. I dettagli migliorabili anteriormente sono quelli della striscia frangiflutti e paraschegge (2), quelli del gruppo finale di trasmissione (3), dove mancano le protezioni imbullonate. I ganci di traino e l’occhione (4) sono facilmente riproducibili con filo di rame. La striscia di cui sopra era interrotta in corrispondenza delle piastre d’attacco dei ganci di manovra (5). La protezione della griglia posteriore d’aerazione (6) era fissata con una striscia imbullonata. Il gruppo della scudatura dell’armamento (7) può essere reso più realistico con una buona lama, che incida l’apertura di mira, mentre sarebbe buona cosa rifarsi la grondaia, facendola spiccare maggiormente. Una volta fissato il pezzo alla sovrastruttura, basta rifare i listelli e perni laterali, nonché aggiungere un paio di rivetti orizzontali (8). Scavare internamente la staffa che univa le protezioni dell’armamento, piazzare il mirino e sostituire la canne sono gli ultimi tocchi in questa zona (9). I portelli superiori sono aggiungibili, mancano i loro cardini anche forse perché quanto prima il simpaticissimo ‘boss’ della DOC MODELS provvederà con un equipaggio da potervi inserire. C’è da dire che su alcuni CV, retrospettivamente, il sistema d’apertura dei portelli fu rivoluzionato, in modo da poter dare più riparo a chi dovesse abbandonare il mezzo. Scafo e sovrastruttura si potranno, a questo punto, unire in modo definitivo, ma anche in questa zona ben visibile c’è da aggiungere un po’ di realismo, sottoforma della piastra imbullonata di rinforzo (10). Una buona alternativa al rifarsi tutti gli attrezzi è perlomeno realizzare i loro attacchi (11 e 12), ma vuoti. I portelli del cofano motore avevano dei cardini caratteristici, qui è sufficiente riadattare quelli del kit (13). Il treno di rotolamento è la parte più semplificata dal kit, ma pensando ad un’eventuale ambientazione averlo realizzato per ipotesi in più pezzi non avrebbe migliorato di molto l’aspetto finale.

   Se non ci rifaremo la ruota motrice, aggiungendo la longherina reggicingolo e le guancette d’ancoraggio del ruotino di rinvio, almeno incidiamo maggiormente le balestre dei carrelli (14) ed aggiungiamo dettagli come cardini e striscia alle cassette portatrezzi (15 e 16). I fari avevano un innesto che prevedeva anche un grosso dado esagonale (17), mentre il fanalino catarifrangente (18) va reperito dalla banca dei pezzi, sistemandolo sulla targa, con un pezzetto di filo di rame tra esso e lo scafo – la guaina del filo elettrico. Altro ammodernamento, su alcuni esemplari, fu la sostituzione dei lucernari tondi con un nottolino scorrevole, dotato di protezione quadrangolare (19).

   Una facile conversione, tra le altre, è quella in carro-radio, la visibilissima antenna del tipo a semicerchio era fissata sul lato sinistro del cielo della sovrastruttura ed al cofano motore (20). Per il resto, essa portava sul retro della sovrastruttura delle scatole in lamiera che contenevano le batterie d’alimentazione. I contenitori erano sorretti anche da una larga staffa metallica, re-imbullonata alle fiancate della sovrastruttura (21).

 

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   Per la colorazione, le foto che trovate nell’articolo riguardano il carro ancora da completare, con la livrea di fondo in grigioverde, l’ambientazione non ha richiesto che un mano di Das  e neanche una manciata di muschio, elemento sempre realistico anche nelle più piccole scale. I dettagli della colorazione di un CV dell’Ariete li troverete nella parte seguente. Non resta che congratularci con la DOC MODELS per la ghiotta novità, ed augurarVi buon lavoro !

 

 Colorazione e contrassegni

 

Senza dilungarsi troppo, altrimenti ci porterebbe fuori dai limiti di una semplice recensione pur approfondita, di un CV 33 della divisione corazzata Ariete al principio 1941 si può avere una ragionevole riproduzione usando il semplice grigioverde standard, che in sede di revisione aveva sostituito su molti esemplari la mimetica precedente. Su di esso, essendo stato introdotto il ‘khaki sahariano’ ovvero il giallo sabbia, da poco, lo si applicava spesso in modo non accurato sul grigioverde. La conseguenza era che cosi’, molte volte, il colore grigioverde riaffiorava sugli spigoli ed in alcune parti del carro, in questo la box-art proposta dalla DOC MODELS è molto ‘vera’. Per quanto riguarda contrassegni e distintivi, quelli comuni a tutti i carri erano due, quello metallico di categoria veicolo e la targa d’immatricolazione. Essa rimane abbastanza visibile anche in 1-72, essendo fissata con sei bulloni alla piastra posteriore dello scafo, a sinistra. Sul fondo bianco a smalto comparivano la sigla del Regio Esercito in rosso, accompagnata da una granata con fiamma nello stesso colore, il numero progressivo era in nero (Tavola 2 – Particolare 1).

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 I contrassegni tattici definitivi erano stati codificati solo nel   1940, si trattava di rettangoli da 20 x 12 cm, verniciati al centro dei lati inferiori della sovrastruttura  e sul retro dello scafo, in alto a destra (2). Quelli dei carri in linea coi plotoni (3) erano nel colore di compagnia – rosso per la 1 a, azzurro per la 2 a – con applicate da una  a tre strisce bianche verticali, che indicavano appunto i vari plotoni. Per individuare i singoli carri, sopra ai rettangoli era dipinto un numero arabo – da 1 a 4 – di 10 cm d’altezza e nel colore della compagnia, più spesso bianco per una maggiore visibilità.

 Gli eventuali carri di riserva (4) portavano rettangoli nel colore della compagnia, con in alto una R bianca alta 10 cm o poco più. Con la codificazione dei rettangoli, anche se probabilmente era comparsa prima, fu usata pure un’indicazione del reparto d’appartenenza, formata da numeri dipinti in bianco sul retro della sovrastruttura (5), a sinistra c’era un numero arabo da 10 cm ad indicare il reggimento, a destra quello di battaglione (I o II), romano ed alto 18 cm. Non sempre i numeri erano presenti contemporaneamente, però. Per l’identificazione dall’aria, non esisteva nulla sino all’agosto 1940, quando fu introdotto un disco bianco da 70 cm di diametro, dipinto sul cofano motore, in Africa Settentrionale fu praticamente diffuso solo nel 1941 (6). I carri del 32° avevano un sistema empirico per tenere la distanza nelle marce notturne in colonna (7). Si trattava di una mano di vernice bianca sulla piastra posteriore dello scafo, che lasciava nel colore grigioverde originale la zona del gancio di traino e contornava il contrassegno tattico posteriore.

 

                                                                                                             Andrea ed Antonio TALLILLO