56^ Compagnia, Battaglione Verona

Ortigara 1917

 

   I reparti alpini furono tra i protagonisti della Grande Guerra, del resto combattuto anche sulle montagne per quasi tutta la sua durata. Questo prestigioso Corpo cominciò ad avere una fama, proporzionata ai grandi sacrifici sopportati in trincea ed il valore profuso in durissimi scontri che non sempre diedero risultati a breve scadenza.

 

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   Una tipica battaglia di logoramento del periodo fu quella dell’Ortigara, un monte che, col vicino Campigoletti, formava un fronte compatto, investito con molte truppe e concentrando circa 1500 pezzi. Si cercava di riprendere il terreno perso durante la famosa offensiva austriaca del maggio 1916, usando la zona del monte come trampolino di lancio. Tra le grandi unità italiane impiegate nel settore, c’era pure la 52 a Divisione, detta alpina perché composta per la quasi totalità da battaglioni alpini. L’attacco si doveva tenere su due colonne, in quella di destra, col IV Raggruppamento alpini era presente il 9° Gruppo coi Battaglioni Sette Comuni, Verona, Bassano, Monte Baldo e con tre compagnie mitraglieri.

 Il Battaglione Verona del 6° Reggimento, di stanza nella città scaligera – alla Caserma Pallone – dal 1887, seguì il Battaglione Sette Comuni nell’ascesa della montagna dalla parte frontale, più rigida, nel primo attacco del 10 giugno 1917, andando a cozzare contro un sistema difensivo ben organizzato dal XX Battaglione Feldjager della 6 a Divisione austriaca. La 56 a Compagnia subì gravissime perdite, non riuscendo ad aprire che pochi varchi nei reticolati, con altri attacchi che ottennero solo successi locali e la sostituzione del provato reparto austriaco con un Battaglione del 59° Reggimento fanteria, che contrattaccò validamente. La prima giornata della battaglia terminava coi reparti italiani più o meno nelle stesse posizioni dell’attacco dell’anno precedente…

   Il campo di battaglia è ancora intatto nei suoi elementi fondamentali, ed ancora oggi ci parla della tragica realtà di quell’immane conflitto, essendo ancora conosciuto come ‘il Calvario degli Alpini’.

 

L’uniforme

 

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 L’uniforme del periodo, da truppa, adottata ufficialmente nel settembre del 1909 era confezionata in panno grigioverde. Comprendeva una pratica giubba, senza tasche esterne e con abbottonatura nascosta, colletto alto, maniche con risvolto a punta (Tavola 1 – Particolare 1). Sul giromanica, in alto, era applicato il cosiddetto ‘salamino’ ovvero un cuscinetto di panno che impediva lo scivolamento degli spallacci dello zaino. Almeno inizialmente aveva sul retro (2), a livello dei fianchi, 2 spacchi chiusi da bottoni in frutto, che servivano a far passare il cinturino della buffetteria internamente.

      Sul colletto erano cucite le mostrine (3) in panno verde con appuntate le stellette; sui ‘salamini’ sino al 1917 vi erano i numeri indicanti la compagnia, in filo bianco su di un rettangolo nero (4). Anche i pantaloni, del tipo al ginocchio, erano dello stesso panno grigioverde, provvisti di 2 tasche oblique ai lati, venivano chiusi con legacci in tela. Pure le fasce gambiere, comuni a quasi tutti gli eserciti dell’epoca, erano in panno dello stesso tipo. Gli scarponi M1912 (5) erano in cuoio naturale, con rinforzi in marrone rossiccio alla punta ed al tallone, erano alti alla caviglia per dare maggiore protezione. Il copricapo più usato, preferito neanche a dirlo all’elmetto, era il classico cappello M1910 dalla tipica sagoma (6), in feltro grigioverde con fregio anteriore in filo nero (7) e penna di corvo in una nappina di lana del colore del rispettivo battaglione – come il bianco per il primo -, reparto o deposito.

   L’equipaggiamento, caso abbastanza raro se non unico, era in parte armonizzato col colore dell’uniforme. Il cinturino (8) aveva fibbia con ardiglione, ad esso ed alle bretelle con ardiglioni erano sospese le giberne per le cartucce (9). La dragona della baionetta era anch’essa in cuoio grigioverde, mentre il fodero (10) era in cuoio. Il tascapane M1907 (11) era in tela grezza o robusta tela impermeabile grigia, con cinghia nello stesso materiale, ne esistevano di due tipi, entrambi con passanti esterni in cuoio ai quali si fissava la borraccia, ma con fornimenti diversi. La borraccia (12) risaliva anch’essa al 1907, era in legno di pioppo, con rinforzi metallici, cannello superiore e zipolo in legno, fissabile al cinturino con una linguetta di cuoio (od all’esterno del tascapane). L’umile gavetta (13), molto importante nella vita quotidiana, era in lamiera di ferro, anche nella versione più grande, riservata alle truppe alpine. Veniva portata all’esterno dello zaino, con una cinghietta e posta in una copertina in tela grigia, almeno sino al maggio 1918. La più diffusa maschera antigas venne ad essere la cosiddetta ‘Polivalente Z’, un derivato della diffusissima M2 francese, contenuta in genere in una scatola di latta verniciata in verde (14), con scritta d’avvertimento serigrafata (15). La scatola veniva portata a tracolla per mezzo di un cordone di cotone, o sul petto. Il fucile in dotazione era l’ormai mitico ’91 (16), ancora oggi ricordato come sufficentemente valido dagli ultimi reduci delle nostre parti. La spada-baionetta da 41.4 cm aveva lama ad un solo tagliente. L’elmetto più diffuso nel periodo (17) era costruito in due soli pezzi, in pratica ad uno stampo di calotta, visiera e coprinuca era applicata la crestina che riparava il foro d’aerazione, il soggolo era in pelle. Accanto ad esso conviveva il primo tipo, più curato ma ancora più fragile. Sull’elmetto, verniciato in grigioverde, venivano dipinti fregi e numeri di reggimento, ma raramente per i reparti alpini. Non vi erano norme precise, ma molto raramente vi si applicavano la penna od il telino grigio anti-riflesso.  

 

Il figurino in 54 mm

 

   Per avere un’ottima riproduzione di un alpino del periodo, per molto tempo ci si è dovuti arrangiare con quel che passava il convento, veramente poco, od intraprendere ardite conversioni. Qualche anno fa, un po’ a sorpresa, la Royal Model ha proposto un bel soggetto in resina, che forse non ha avuto l’attenzione che meritava. Lo stimolo a realizzarlo, avendo avuto in famiglia almeno due alpini (ma tranquilli, anche un bisnonno tra le truppe di Cecco Beppe) ha portato di conseguenza l’aumento della nostra personale conoscenza delle uniformi dell’epoca.

 

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   Il figurino, come già accennato, è molto interessante, si presenta senza ritiri e con ben poche bave di stampo, una buona scultura ed una dotazione completa di accessori, elmetto ed alpenstock compresi. Molto belli i dettagli, notevoli la penna e la minuscola leva di caricamento del ’91, il fucile va solo trattato con una microlama Sign su fusto e calcio, simulando le venature del legno. Le modifiche fatte sono poche, dopo aver allargato l’interno delle maniche con una fresetta le mani sono state sostituite, prelevandole dalla banca dei pezzi. Un bisturi in buono stato si è rivelato utile sia per levare i baffi dal viso che per togliere le cinghie dallo zaino, non volendo usarlo. Con alcuni perni in acciaio armonico, infilati in forellini eseguiti preventivamente sono stati uniti meglio testa e braccia al tronco, ma anche le gambe, sotto al tacco degli scarponcini, al terreno della basetta. Dopo l’incollaggio dei pezzi principali non resta che da stuccare un po’ l’attaccatura delle maniche e da dare una leggera passata con una fresa su trapanino all’uniforme, per avere una superfice un po’ più ruvida, la successiva colorazione sarà facilitata.

   Per la verniciatura, anche chi non è proprio un Master può senza troppa fatica affrontare un’uniforme di questo tipo, è sufficiente per prima cosa una mano leggera di Humbrol HB I, lumeggiato in seguito con un po’ del verde di base e grigio per la giubba, con verde erba e bianco per i pantaloni, verde oliva e giallo per le fasce gambiere e le pieghe della maniche. Per il cappello, allo HB I si può mescolare un po’ di grigio, per la penna un tocco di realismo è dato col nero opaco, lumeggiato con grigio di Payne ad olio. Per il volto, non ci sono particolari consigli da dare, se non quello di non esagerare con gli accostamenti di colore, cercando sempre una via personale più che copiare e basta.

 

L’ambientazione

 

   Non appena si consultano libri, anche generici, sulla Grande Guerra ci si può rendere conto che la più probabile ambientazione è quella della trincea. Con la sua vita di pesante routine, il piccolo mondo a parte delle trincee è rimasto indubbiamente un simbolo di quel lontano conflitto anche per i profani. E’ un’ambientazione non difficile da farsi, coi vari elementi che le componevano, basta avere una banca pezzi discretamente fornita. Come base, nel nostro caso, abbiamo usato un pezzo di roccia vera, al quale sono stati accostati dei pezzi di trincea ed una parete in gesso, proveniente da vecchie confezioni. Il terreno è un impasto, a strati, di roccia e comune gesso da muri, con sabbia e vinavil. Il lavoro viene bene se avremo l’accortezza di fissare il pezzo principale con una vite autofilettante. Se avremo buon occhio nell’armonizzare le parti con le loro zone di raccordo, con un po’ di fortuna ce la caveremo bene e ne verrà fuori qualcosa di unico. Dopo un paio di giorni d’asciugatura, si possono piantare dei paletti di legno (i sostegni del filo spinato), scavando con delicatezza il gesso, li guarniremo poi con del tulle da bomboniere, tagliato ad hoc, dipinto in metallo naturale e ripassato a distanza di tempo con una miscela di marrone, giallo e rosso per simulare la ruggine. I barattoli ovvero il ‘segnale d’allarme’ della trincea sono pezzetti di sprue svuotato pazientemente col trapanino, i coperchi sono realizzabili con un punzone ed un semplice foglio di carta o d’alluminio. Il terreno è stato dipinto a tempera, visto il genere di fondo anche se molto diluita resta abbastanza consistente per fare da base agli acrilici che useremo nella fase seguente per l’ombreggiatura.

 

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   Prima d’inserire il figurino, a sinistra, abbiamo preferito lasciare uno spazio spoglio, riempibile a piacere con accessori, come la custodia della maschera antigas appesa alla trave di legno, dipinta in verde oliva semilucido e completata col cordino, realizzato con filo di sutura chirurgico. L’elmetto ed il bariletto sono quelli del kit, le gavette hanno dei manici  in filo di rame piegato e sono state verniciate in un colore argento spento, trattato poi con del nero. La lama del coltello è in carta argentata, mentre il secchio è un banale pezzo Italeri, col bordo più rifinito per ridurne lo spessore, riempito di colla a 2 componenti per simulare l’acqua, il manico è anche qui del filo di rame piegato e dipinto. Tocco finale sono i cespugli di muschio essiccato naturalmente ed alcuni fiori reperibili in qualsiasi catalogo di materiale ferrmodellistico. E’ preferibile aspettare per la lumeggiatura definitiva dopo aver dipinto ed incollato tutto, l’alpino va posizionato controllando che il fucile abbia un suo realistico bilanciamento. Per l’invecchiamento preferiamo usare i colori ad olio, li troviamo più caldi nelle tonalità e più in grado di rendere bene l’effetto visivo di polvere, sporco eccetera. Basta usarli in pochissima quantità e diluendoli con spirito bianco.

 

                                                                                                        TALLILLO Andrea e Antonio

 

BIBLIOGRAFIA:

 L’uniforme grigioverde (1909-1918) – S.M.E.

 Il soldato italiano dal 1909 al 1945 – Rivista Militare 1988

 Soldati della Prima Guerra Mondiale – Europa Militaria N. 3 – 1990

 La guerra italo-austriaca 1915-1918 – Alberelli 1991

 The Italian Army of World War I – Men at Arms n. 387 – Osprey Publishing  2003