Una Tigre in Tunisia

 

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Si potrebbe ritenere che sul Tigre I, un carro ormai molto conosciuto, non rimanga molto da dire ma non è esattamente cosi’, perché per esempio i pochi esemplari utilizzati nella campagna di Tunisia restano ancora poco ‘coperti’ dalle tante pubblicazioni nostrane apparse in questi ultimi anni. Ormai la situazione modellistica attuale permette anche ottime riproduzioni ambientate nelle fasi della campagna tunisina, crediamo tuttavia che qualche nota sia ancora utile per completare al meglio uno dei nuovi kits apparsi nel frattempo. Cominceremo con un po’ di storia, utile come sempre ad inquadrare qualsiasi mezzo, piccolo o grande, in un contesto più preciso.

 

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La comparsa nel teatro d’operazioni tunisino del Tigre fu dovuta al fatto che Hitler sopravvalutava molto le possibilità del carro e quando la situazione in Africa cominciò a prendere una brutta piega pensò che con l’inviare un’aliquota dei 40 promessi a Rimmel ogni problema si sarebbe risolto. Dopo aver ricevuto i Tigre a fine agosto 1942, il reparto pesante 501 sbarcò coi primi tre carri a Biserta il 23 novembre. Sulla carta, i primi reparti autonomi di Tigre avevano nelle compagnie 9 Tigre e 10 Panzer III, ma la disponibilità di mezzi efficienti era un’altra cosa. Il reparto 501 era costituito da due compagnie di 4 plotoni, ognuno con due Tigre e due Panzer III. Mancavano a quanto pare dei carri-comando, tant’è vero che furono usati temporaneamente a questo scopo almeno due Tigre (i carri numero 111 e 142). Per l’allargamento della testa di ponte tedesca, i Tigre furono subito inviati nel settore di Medjez El Bab il 27, affrontando con successo il battesimo del fuoco a spese di unità americane ed inglesi a Tebourba, conquistata il 4 dicembre. Attorno a Natale, la forza del reparto era di 12 Tigre ed una ventina tra Pz III e IV, come carri d’accompagnamento. L’avanzata su Tunisi si sviluppò senza difficoltà e l’apparizione di questi carri pesanti era stata sufficiente a disperdere i carri americani, a volte senza sparare un colpo come a El Bathan.

All’inizio del 1943, con lo sbarco della seconda compagnia del reparto, i Tigre disponibili aumentarono a 20 e si poterono riprendere gli attacchi in direzione Pont du Fahs e Zagh Ouan, operando col Kampfgruppe Irken in appoggio alla 334 a divisione di fanteria ed infliggendo gravi perdite ad un reparto francese il 18 gennaio perdendo però il primo carro a causa di una mina. Era cominciata l’Operazione EILBOTE, e nonostante il terreno fangoso i Tigre, procedendo su strada, raggiunsero i loro obiettivi anche se le perdite cominciarono ad aumentare. Due carri della 2 a compagnia furono danneggiati il 20 da cannoni controcarro inglesi e si dovette sabotarli, due giorni dopo il carro numero 121 fu perso per avaria al motore ed a fine mese altri due risultarono irrecuperabili durante la seconda fase dell’operazione, quando il reparto di Tigre, diviso in due gruppi, era stato usato contro forti resistenze e campi minati. L’8 febbraio la 1 a compagnia partecipò, col Pz Regiment 7 della 10 a Pz Division, all’Operazione FRUHLINGSWIND che vide il famoso scontro di Kasserine, combattendo assieme alla 21 Pz Division a Passo Faid. Due contrattacchi di carri americani si risolsero in un tiro al piccione contro gli Sherman, nonostante l’intensità dello scambio di fuoco si persero solo due Tigre contro più di 150 carri alleati. Fu senz’altro una delle ultime vittorie tattiche dei panzer in Africa.

 

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Attorno al 26 febbraio, il reparto fu ristrutturato ed i 14 Tigre disponibili furono distaccati al Pz Rgt 7 della 10 a Pz Division, diventando il Kampfgruppe Lang. La fortuna stava ormai mutando, la successiva mossa tedesca (Operazione OCHSENKOPF) che doveva sfondare fino a Bedja fu rallentata dalle piogge e contrastata tenacemente il 28 a Sidi Nen Sir. A 12 km dall’obiettivo, il terreno reso un pantano ed un campo minato giocarono un brutto tiro, ben 7Tigre restarono immobilizzati nella valle di Hunt. Danneggiati dai controcarro inglesi, furono fatti saltare in aria il primo marzo, per non lasciarli cadere in mano nemica. La dozzina di carri superstiti, penalizzata dalla mancanza di rifornimenti e dai problemi della manutenzione, fu costretta da quest’episodio in poi ad operare in difensiva, colpendo da debita distanza i carri avversari che fossero così audaci da misurarsi con essi. Il 12 marzo arrivarono i primi scaglioni del reparto pesante 504, e con essi il reparto 501 si avviò verso Sfax per rinforzare la linea difensiva che arrivava a Gabès che verrà tenuta con successo, a volte con un solo Tigre in certi settori. I due reparti pesanti aiutarono validamente la 10 a Pz Division a Maknassy e nella valle di Medjerda contro reparti americani, che ancora una volta riportarono gravi perdite. Contribuirono poi anche alla difesa di Gafsa – ove c’erano anche i carri della nostra divisione Centauro, parteciparono poi al ripiegamento su Enfidaville nel marzo, continuando a combattere. Il 19 aprile, in uno scontro durante l’Operazione FLIEDERBLUTE, fu catturato il carro numero 131 del reparto 504, ancora oggi conservato al Tank Museum di Bovington, e due giorni dopo, gli Alleati riuscirono a mettere le mani sul carro numero 712 del reparto 501. Il 24 fu lanciato un massiccio attacco alla collina 107, con perdite terribili fra i carri alleati ed anche il giorno dopo un altro attacco sulla strada di Medjez El Bab registrò perdite consistenti fra gli antagonisti dei carri pesanti tedeschi. Verso la fine del mese, a protezione del ripiegamento di ciò che restava delle truppe dell’Asse, i nove tigre superstiti assieme ai carri della 15 a Pz Division ricostituirono il Kampfgruppe Irken che combattè nella valle di Gab Gab e Sidi Abdallah contro reparti inglesi.

La corsa su Tunisi cominciò il 6 maggio e l’aviazione alleata fece sentire il suo peso, tuttavia i Tigre parteciparono ancora agli ultimi scontri nella zona dei laghi salati a sud della città ed all’aeroporto di El Alia. Il 12 maggio, i superstiti dei due reparti fecero saltare in aria gli ultimi tre carri intatti e si arresero. Il Tigre era già entrato nella leggenda, con un ruolo che, se fu capitale in campo tattico, strategicamente non poteva che ritardare l’esito della campagna.

 

 

I kits in scala 1/35

 

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Pur avendo sottomano il kit del Tiger Tamiya ultimo tipo, quello uscito sul mercato ormai nel 1988 e che segnò veramente una svolta nella produzione di modelli in questa scala per la sua qualità rimarchevole, abbiamo sempre considerato un vero peccato cercare di convertirlo a tutti i costi in un Tigre di prima produzione. Nel 1995 l’Italeri battè sul tempo la concorrenza orientale, entrando in lizza con un buon kit proprio di questa versione. Siamo sempre stati interessati ai Tigre ‘africani’ e naturalmente ci buttammo a realizzarne uno senza aspettare che, come puntualmente è poi successo, uscissero migliori kits. Tra quelli di altre marche, il primo è stato quello della Academy, realizzato con buona parte degli interni, più che buono ma abbastanza costoso ed impegnativo da realizzare, si parla di 750 parti compresi i cingoli maglia per maglia, col quale si poteva realizzare un mezzo del reparto pesante 504, col portello destro di torretta del tipo definitivo del 1943. Sono seguiti poi nel 1997 il kit Tamiya 216, ottimo e col quale con poche conversioni si poteva già realizzarne uno, la stessa ha voluto poi coccolarci preparando, più di recente, il kit 217 che ripropone il 216 ma con le aggiunte peculiari della gran parte dei carri usati in Tunisia, con ben pochi difetti. Se la qualità è notevolissima e lo rende tranquillamente il kit definitivo sull’argomento, ma non è detto che proprio tutti i modellisti possano permetterselo – vogliamo sperare che esistano ancora giovani modellisti alle prese con la paghetta…

Il kit italiano può essere considerato ancora abbastanza al passo coi tempi, per il costo adatto alla massa dei modellisti senza troppe pretese. Essendo meno curato nell’ideazione dei pezzi e nella resa dei dettagli, per chi vuole di più resta comunque lo spazio per lavorarci, prendendo la mano e realizzando un discreto modello.

 

 

Note modellistiche

 

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Mentre stiamo pensando a quale kit di Tigre ‘africano’ collocare nella nostra Panzer Division in scala, a monte di ogni scelta c’è da ricordare, per una corretta riproduzione, che si trattava in buona parte di carri di prima produzione, caratterizzati dall’avere due feritoie di sparo posteriormente in torretta, protezioni agli scarichi mancanti, di fortuna o regolamentari, fari disposti più in basso e cosi’ via, caratteristiche che in gran parte non comparirono più nelle serie successive. Crediamo di far bene inserendo delle brevi note sulla realizzazione del vostro modello.

La parte che faceva da supporto ai ganci di traino dei primi esemplari è diversa dalla corrispondente parte degli esemplari successivi, ed è illustrata in (1). Il visore del pilota aveva dei dettagli leggermente diversi dai successivi, come la losanga inferiore, va comunque inserito da dietro, per un maggior realismo, un pezzetto di acetato che riproduca il blindovetro (2). Stando a qualche rapporto britannico, il blindovetro tedesco tendeva leggermente al verde, modellista avvisato… Il globo di protezione della mitragliatrice di scafo va corretto aggiungendo lateralmente gli attacchi della conchiglia prevista dal set per i guadi, rintracciabili in una confezione della Model Kasten (3). E’ vero che la conchiglia non fu mai usata operativamente in Tunisia, ma gli attacchi restavano sempre ben presenti. Molti dei Tigre del reparto pesante 501 ebbero i fari installati sul davanti della sovrastruttura, con delle mensole, ricavabili da listelli di plasticard (4).

 

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 La parte posteriore va dettagliata con vari attacchi, se i relativi elementi non fossero presenti, si comincia con quelli dei filtri Feifel (5) e si prosegue con quelli dei parafanghi (6) tenendo presente che quello sinistro include la luce posteriore distanziatrice (7); per i primi Tigre vanno riprodotti anche quelli della cassetta portatrezzi (8) e del cricco (9). La piastra romboidale per l’avviamento motore era diversa dalla successiva, nel nostro caso l’abbiamo tratta dal set di conversione Model Kasten (10) mentre se avessimo sottomano i kit Tamiya 217 o 219 avremmo già un pezzo riprodotto correttamente. Una finezza è scavare un po’ di più il gancio di traino (11) ed aggiungere i bulloni sulla sua mensola, se mancanti. Alcuni dei primi Tigre usati in Tunisia avevano delle barre portacingolo saldate (12), realizzabili facilmente in plasticard, termineremo col fanalino posteriore (13). Le marmitte dei Tigre ‘tunisini’ non avevano la protezione sopraelevata delle successive (14), le loro protezioni orizzontali in genere mancavano, ma se presenti potevano essere di un primo tipo (15) o di un tipo più angolato (16), reperibile già pronto in alcuni set di fotoincisi.

Per la cingolatura, mentre nei kits Tamiya 217 e 219 essi sono dei semplici nastri in vinile, nel kit Academy sono maglia per maglia ed in quello Italeri scomposti in più sezioni. Allepoca della costruzione del nostro kit Italeri, la confezione Model kasten era non troppo costosa e quasi indispensabile, si tratta di maglie in plastica, abbastanza ben lavorabili anche nela lunga fase nella quale toglieremo i segni dello stampo. Completati e sistemati attorno alle ruote, comunque, i cingoli maglia per maglia ci daranno sempre risultati molto realistici, che ben ci ripagheranno dell’impegno supplementare. I parafanghi laterali di primo tipo (17) seguivano i contorni della parte bassa della sovrastruttura, vanno in ogni caso incisi in modo da separarli un po’ di più tra loro ed assotigliati. In (18) sono illustrati nel loro tipico aspetto mentre in (19) c’è un tipico attacco.

 

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 Per quelli anteriori (20), attacchi e fermi sono ricavabili sempre dal kit Model Kasten utile per i Tigre di prima produzione. I parafanghi posteriori di primo tipo erano quelli in (21), molte volte privi dell’appendice.

Sul cofano motore lavoreremo cominciando dal portellone centrale; il sistema di tubazioni dei filtri Feifel non è ben riprodotto neanche nei kits Tamiya, così un buon ripiego può essere quello di riprodurlo in buona parte smontato, come poteva essere, col tronco biforcato (22) al quale andranno forati meglio i condotti ed aggiunte delle fascette all’estremità (23), con lamierino d’ottone. I maniglioni possono essere rifatti con del filo di rame di diametro opportuno (24). I fermi delle tubazioni (25) possono essere migliorati – se si tratta di kits Tamiya – od autocostruiti – se kit Italeri. Le reti di protezione delle griglie sono disponibili ovviamente in confezioni fotoincise, ma si possono agevolmente realizzare in tulle da bomboniere dalla tramatura plausibile, con telai di trattenimento in plasticard, ci vorrà solo un po’ di tempo in più. Attenzione perché naturalmente le aperture per i tappi dei radiatori e quelle speculari dei cardini vanno conservate (26). A zona finita abbiamo incollato sul cofano le tubature Model Kasten, non senza averle pulite dalle bave di stampo, aver allargato le aperture con delle fremette ed aver aggiunto le fasce di serraggio rifatte in ottone. Sui lati dello scafo, erano portati i cavi ausiliari per il cambio dell’intera cingolatura. Non montandoli, restano da rifare per benino i relativi attacchi, che erano di ben quattro forme diverse (27 – 28 – 29 – 30), posizionati come nello schizzo. Una buona parte di attrezzi e caricamenti è concentrata nella parte anteriore, sul cielo dello scafo, disposta in un modo che cambierà nelle versioni successive (31). Se usassimo il kit Italeri, gli attrezzi sono sostituibili con quelli dell’apposito kit Tamiya per il Panzer IV, lavorati al meglio e completati con attacchi e fermi in plasticard e filo di rame piegato. Le aperture predisposte per i fari erano chiuse con placchette imbullonate (32) mentre le nuove protezioni dei loro fili uscivano leggermente di più verso la linea mediana del carro (33).

 

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Passando alla torretta, più realistica nel complesso nei due kits Tamiya citati poco fa, in ogni caso la massiccia scudatura del cannone (34) aveva dei particolari semplici rispetto alle successive ed era dotata di un mirino in lamiera per il capocarro (35). Una volta realizzata, la scudatura potrà essere guarnita con una delle canne in metallo che non mancano sul mercato, più che altro perché si tratta di una canna lunga e massiccia. Il freno di bocca cambierà anch’esso, il tipo di quel periodo è illustrato in (36). I gruppi dei lanciagranate anteriori possono essere sostituiti con quelli Model Kasten in metallo bianco, appena scavati sia per togliere i segni di stampo, anche dalle mensole, che per alleggerire le pareti interne. Appena dietro agli attacchi basterà aggiungere la cabaletta dei fili elettrici (37), riprodotta con dello sprue filato e piegato a caldo o con del filo di rame abbastanza grosso. I fili stessi, fatti in filo di rame piegato, vanno congiunti agli inneschi nella parte posteriore dei cilindri (38). L’aspetto dei cilindri può essere migliorato aumentando leggermente le loro incavature laterali (39) ed inserendo alcuni dei fumogeni, facilmente riproducibili con dei cilindretti lunghi 5.5 mm e da 2.3 mm di diametro (40). Il cesto di stivaggio aveva un solo gancio di chiusura per parte (41) ed una volta applicato basterà aggiungere, se non presenti, i fermi laterali (42) che avevano le estremità saldate. Il cesto diventerà più realistico ammaccandolo ed incidendolo un po’, dato che la semplice lamiera dura meno di una piastra di corazza…

 

 

Colorazione e contrassegni

 

Con le sole istruzioni di un kit è facile sbagliare, perchè solo avendo un carro ben preciso in mente si può avere una buona colorazione e contrassegni il più possibile realistici. Al molto materiale pubblicato finora se ne aggiunge continuamente, e non è strano che emergano contraddizioni e si tramandino errori o vecchie ‘sviste’. Comunque, i Tigre arrivarono al fronte tunisino nella maggior parte già dipinti in giallo sabbia RAL 8020. I pochi ancora verniciati in panzergrau (RAL 7027) furono ridipinti poco dopo. I numeri tattici naturalmente erano grandi, in genere a solo contorno bianco sul panzergrau o rossi a bordo bianco sul giallo sabbia, dipinti solo ai lati della torretta per la prima compagnia. Una volta entrati a far parte più stabilmente della 10 a Panzer Division, i numeri tattici cambiarono nel solo numero di compagnia – per esempio il carro numero 132 divenne il 732 e così via – duplicando quelli delle vere 7 a e 8 a (che continuarono ad usare i loro particolari numeri tattici). Le insegne nazionali erano standard o parzialmente ingrandite, posizionate solo sui lati dello scafo, in genere all’altezza della seconda sezione dei parafanghi. Lo stemma del reparto, la celeberrima tigre che cammina, era presente sulla piastra anteriore della sovrastruttura, una fonte accenna alla sua ripetizione sul retro del cesto di stivaggio, ma pur esaminando diverse fotografie pubblicate non ne abbiamo trovato traccia. Lo stemma per il resto fu più usato sui Panzer III d’accompagnamento, sui veicoli di supporto, nonché su cartelli e segnali stradali. Una particolarità del carro numero 712 era la presenza sulle ruote di ricambio e sui cingoli di ricambio di varie indicazioni che erano servite a farle arrivare a destinazione senza errori. Erano scritte bianche, stampatello od in gotico contemporaneamente.

Abbiamo deciso sin dall’inizio di usare un giallo sabbia che fosse derivato da una miscela – Matt 29, Matt 63 ed 83 della Humbrol), perché lo HM 2 Humbrol, più specifico, non è ancora adeguato. Le mani successive hanno riguardato l’invecchiamento e la sporcatura eseguite con colori ad olio come il Terra di Siena, Terra di Siena bruciata, Nero su di un colore abbastanza chiaro non hanno richiesto abilità fuori dall’ordinario per avere già effetti realistici. Per le decals, abbiamo riutilizzato quelle del vecchissimo modello Tamiya, necessariamente col classico metodo della vernice lucida stesa in zona, applicando le decals con Microsol e Microset, per finire coprendo con vernice opacizzante. Se agiremo con pazienza e metodo, avremo dei buoni risultati.

Per l’ambientazione, abbiamo usato dello ‘stucco francese’ reperibile comodamente nei supermercati, steso per riprodurre il terreno. Mentre lo si spalma, basta inserire pezzetti di sughero sbriciolato, sassolini, erba e quant’altro sia poco ‘verde’ come per esempio i licheni ferroviari. L’insieme asciuga in poco tempo ed ha il vantaggio di essere poco pesante, scavabile all’occorrenza e verniciabile, secondo le tecniche che ognuno ha assimilato. In questa fase, sono veramente indicati i colori a smalto Humbrol, lumeggiati poi con varie tonalità di colore alla caseina – come i Pelikan Plaka. Il capocarro viene da una confezione Warrior, veramente buono come resa, ma nel frattempo ne sono usciti diversi altri, i più recenti anche in plastica, così c’è veramente spazio per ogni preferenza. L’importante è un’attenta verniciatura, per far diventare l’equipaggio il vero tocco finale.

 

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Questo è l’adattamento di un articolo originariamente pubblicato sul Notiziario di Plastimodellismo del CMPR a fine 1997.

BIBLIOGRAFIA

- Tiger in action n. 27 – Squadron Signal Publications

- Sturm & Drang n. 1 – Tank Magazine 6/90

- Afrikakorps – Tank Illustrated n. 17 – AAP

- PanzerArmee Afrika – Tank Illustrated n. 28 – AAP

- Tiger ! – The Tiger Tank – A british view – HMSO Book

- Tiger I and Sturmtiger in Detail – Ryton Publications

- SteelMasters n. 22 e n. 24 – Histoire & Collections

 

Siti internet:

http://www.tigerpanzer.de/main.htm

http://www.panzer.punkt.pl/

http://www.tiger-tank.com/

http://www.tiger1.info/

http://www.tigertank-h-e-181.com/

Tavole mimetiche

Nota sul walk-around del Tigre

Se è vero che il Tigre più conosciuto è quello conservato a Bovington, è molto interessante anche quello del tenente Schroter ormai restituito dagli americani, protagonista di una tournee in alcuni musei tedeschi. Noi lo abbiamo potuto incontrare a Munster e si possono immaginare le emozioni che ci ha dato fotografarlo ed entrarci per alcune misurazioni. Crediamo che ogni tanto, nella nostra vita ‘modellistica’valga la pena, per i suoi positivi effetti, trovarsi faccia a faccia con un protagonista della Storia.

(Many thanks for the kind assistance of Mr. Thiel and the staff of the Panzer Museum in Munster – Germany – for the photos about the real Tiger I)